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Agentic AI: cos’è e perché cambia il modo di portare l’AI in azienda

Scritto da Relatech | 30 giugno 2026

 

Per molte aziende, l’Agentic AI è diventata una delle prossime aree di investimento nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Per chi deve decidere budget, architetture e priorità operative, la questione non è se gli agenti AI siano una nuova tecnologia da sperimentare, ma piuttosto è capire dove possono davvero ridurre attriti, automatizzare passaggi complessi e rendere più fluidi i processi aziendali.

I numeri mostrano perché il tema merita attenzione, ma anche perché richiede una valutazione lucida. Nel survey globale 2025 di McKinsey, l’88% dei rispondenti dichiara che la propria organizzazione utilizza regolarmente l’AI in almeno una funzione aziendale. Tuttavia, la scala resta ancora limitata: circa un terzo afferma che l’azienda ha iniziato a scalare i programmi di AI a livello enterprise. Anche sugli agenti AI il quadro è in evoluzione: il 23% dei rispondenti segnala che la propria organizzazione sta scalando almeno un sistema agentico in una funzione aziendale, mentre un ulteriore 39% dichiara di aver iniziato a sperimentare con gli AI agent. L’adozione, però, non è ancora diffusa: la maggior parte delle organizzazioni che sta implementando agenti AI lo fa solo in una o due funzioni e, in ciascuna funzione aziendale, non più del 10% dei rispondenti dichiara uno scaling effettivo.

 Fonte immagine: McKinsey & Company, The state of AI in 2025: Agents, innovation, and transformation, McKinsey Global Survey on the state of AI, 2025. © McKinsey & Company. Immagine riprodotta a fini informativi/editoriali. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi titolari

Anche il Work Trend Index 2025 di Microsoft descrive uno scenario simile: il report si basa su 31.000 lavoratori in 31 Paesi e rileva che l’81% dei leader si aspetta agenti moderatamente o ampiamente integrati nella strategia AI entro 12-18 mesi, mentre il 46% dichiara che la propria azienda li usa già per automatizzare workflow o processi. L’interesse, quindi, è indubbiamente reale. La maturità, però, resta più limitata: molte organizzazioni stanno iniziando a sperimentare gli agenti AI, ma solo una parte li sta già integrando in modo stabile nei processi aziendali. Questo il punto da cui partire: l’Agentic AI non va letta come una nuova categoria di strumenti, ma come un possibile cambio di paradigma nell’uso dell’AI in azienda. Non più solo sistemi che rispondono a una richiesta, ma soluzioni capaci di seguire un obiettivo, attivare strumenti, coordinare passaggi e supportare workflow più complessi.

Che cosa si intende davvero per Agentic AI

Secondo Stanford HAI - Human-Centered Artificial Intelligence, l’Agentic AI indica sistemi progettati per agire come agenti autonomi o semi-autonomi. A differenza di un chatbot, che risponde a una richiesta alla volta, un agente AI lavora intorno a un obiettivo: lo interpreta, lo scompone in passaggi, sceglie quali azioni compiere, usa strumenti esterni come browser, codice o API, valuta i risultati ottenuti e adatta il proprio comportamento mentre esegue il compito. La differenza, quindi, non riguarda solo il tipo di output prodotto. Un sistema agentico non si limita a generare testo o suggerimenti: deve riuscire a mantenere una direzione operativa lungo un’attività più articolata, entro vincoli e livelli di supervisione definiti.

Anche l’analisi dell’OECD aiuta a chiarire il perimetro dell’Agentic AI. Le definizioni oggi più ricorrenti convergono su alcuni elementi chiave: un agente AI è orientato a un obiettivo, può scegliere tra diverse azioni, interagisce con un ambiente esterno, usa strumenti digitali e adatta il proprio comportamento in base ai risultati ottenuti.

Questa precisazione è importante perché non tutto ciò che utilizza un large language model può essere considerato un agente. Un modello che genera una risposta, riassume un documento o produce una bozza resta uno strumento di supporto. Si entra invece in una logica agentica quando il sistema non si limita a rispondere, ma partecipa all’esecuzione di un’attività: recupera informazioni, attiva strumenti, coordina passaggi, verifica condizioni e procede verso un obiettivo entro regole e margini di autonomia stabiliti.

Per un’azienda la differenza è concreta. Un assistente AI può migliorare produttività e qualità del lavoro individuale. Un agente AI, invece, può incidere direttamente su tempi, controlli e integrazione tra sistemi. Per questo la posta in gioco cambia: si tratta di governare come l’AI entra nei processi operativi.

Chatbot, copiloti, agenti: che cosa cambia

Per capire davvero che cosa rende “agentico” un sistema AI, è utile confrontarlo con strumenti ormai più familiari, come chatbot e copiloti. La differenza non sta solo nell’interfaccia o nel modello utilizzato, ma nella capacità del sistema di partecipare a un’attività composta da più passaggi, usando strumenti, contesto e regole definite.

  • Il chatbot resta soprattutto sul piano della conversazione: riceve un input, restituisce un output e poi attende il turno successivo.
  • Il copilota si spinge oltre, perché assiste l’utente dentro un’applicazione o un contesto preciso con azioni, suggerimenti, riepiloghi o automazioni leggere.
  • Si parla invece di agente quando il sistema deve portare avanti un obiettivo composto da più passaggi, verificare condizioni, recuperare contesto, scegliere lo strumento da usare e fermarsi se serve un’approvazione.

Scendendo nel pratico, la differenza si vede subito: se il sistema deve soltanto scrivere una e-mail o sintetizzare un documento, la logica del copilota può bastare; se invece deve leggere una richiesta, consultare policy interne, interrogare un CRM, aggiornare un ticket, segnalare un’eccezione e lasciare traccia del percorso seguito, si entra in un’altra categoria di problema. Qui il valore non si misura solo sulla qualità della risposta, ma sulla capacità di portare avanti una sequenza di attività in modo coerente, controllabile e tracciabile.

Per questo anche l’errore cambia peso: una sequenza di azioni sbagliata su dati, approvazioni, ordini o credenziali può creare un effetto a valle molto più serio. Parlare di Agentic AI, quindi, significa parlare contemporaneamente di autonomia e di rischio.

Come funzionano agenti, tool use e orchestrazione

Dietro un sistema di Agentic AI non c’è solo un modello linguistico. C’è un’architettura che combina quattro elementi: un modello che interpreta il compito, un contesto che fornisce le informazioni necessarie, strumenti esterni che permettono di agire e un livello di orchestrazione che governa l’intero flusso.

Elemento

A cosa serve

Esempio

Modello

Interpreta la richiesta, comprende l’obiettivo e decide quali passaggi sono necessari.

Capire che una richiesta cliente richiede verifica contrattuale, aggiornamento CRM e apertura ticket.

Contesto

Fornisce al sistema le informazioni utili per agire correttamente: dati, regole, memoria, stato del processo.

Policy interne, cronologia cliente, autorizzazioni, stato della conversazione.

Tool use

È la capacità dell’agente di usare strumenti esterni, non solo di generare testo.

Interrogare un database, cercare un documento, chiamare un’API, compilare un campo, aggiornare un ticket.

Orchestrazione

Coordina ordine delle azioni, permessi, controlli, passaggi tra strumenti e condizioni di arresto.

Stabilire che l’agente può preparare una modifica, ma deve chiedere approvazione prima di eseguirla.

Il tool use è uno dei passaggi decisivi perché collega l’agente ai sistemi su cui si svolge il lavoro aziendale. Attraverso strumenti, API e applicazioni, l’agente può recuperare dati, verificare condizioni, aggiornare record o predisporre azioni da sottoporre ad approvazione. Da qui dipendono aspetti cruciali come affidabilità delle connessioni, gestione dei permessi, tracciabilità delle operazioni e controllo sugli effetti prodotti nei sistemi coinvolti.

L’orchestrazione serve a rendere questa sequenza governabile. Definisce quali strumenti possono essere usati, in quale ordine, con quali permessi, quali controlli devono essere eseguiti e quando il sistema deve fermarsi per chiedere conferma. In un contesto aziendale questo livello è essenziale, perché traduce le regole operative in un flusso controllato e permette di bilanciare automazione, supervisione e responsabilità

Per questo l’Agentic AI somiglia più a una logica di sistema che a una semplice interfaccia, il cui valore nasce dal coordinamento tra modello, contesto, strumenti e regole. Quando questo disegno è fragile, l’agente rischia di aumentare opacità, errori e complessità. Quando invece è progettato bene, può ridurre tempi di passaggio, perdita di contesto e carico operativo su attività ripetitive ma non del tutto standardizzabili.

Anche le architetture multi-agent vanno lette con attenzione. Distribuire il lavoro tra agenti specializzati può essere utile quando il processo richiede competenze o controlli diversi: per esempio recupero dei dati, verifica di conformità e preparazione dell’output finale. In altri casi, però, aggiunge solo latenza, costo e minore leggibilità. Il punto, quindi, non è costruire l’architettura più articolata, ma quella più utile al processo: abbastanza strutturata da garantire controllo e qualità, abbastanza semplice da restare leggibile, governabile e sostenibile.

Agenti AI, i casi d’uso più promettenti

I casi d’uso più credibili non sono quelli in cui l’agente “fa tutto”, ma quelli in cui interviene su un tratto preciso del processo, rendendolo più rapido, tracciabile e più coerente: un punto in cui oggi il lavoro delle persone si disperde tra ricerca di informazioni, passaggi tra sistemi, verifiche manuali, eccezioni e richieste di approvazione.

Per questo l’Agentic AI è particolarmente interessante nei processi semi-strutturati. Sono attività in cui esistono regole, dati e responsabilità abbastanza chiari, ma l’esecuzione non è mai completamente lineare: le informazioni sono distribuite, le eccezioni sono frequenti e il passaggio da una fase all’altra richiede contesto.

In questi casi un agente può aiutare a recuperare dati, comporre informazioni da fonti diverse, suggerire il passo successivo, preparare documenti o aggiornamenti e fermarsi quando serve una verifica umana, secondo una logica human-in-the-loop. Il valore non sta nella sostituzione del processo, ma nella riduzione dell’attrito tra un passaggio e l’altro.

Ambito

Dove può creare valore

Esempi di utilizzo

Manufacturing

Nei processi in cui dati di produzione, manutenzione, qualità e supply chain devono essere letti insieme.

Triage di anomalie di linea, supporto alla manutenzione, recupero di documentazione tecnica, analisi di non conformità, instradamento di segnalazioni operative.

Healthcare

Nei flussi in cui documenti, dati clinici, compliance e attività amministrative devono essere coordinati con attenzione.

Supporto alla gestione documentale, preparazione di sintesi operative, verifica di completezza dei dati, instradamento di richieste, supporto ai processi di onboarding o presa in carico.

Customer service e operations

Nei processi ad alto volume, con richieste ripetitive ma non sempre standard.

Classificazione ticket, recupero storico cliente, proposta di risposta, aggiornamento CRM, escalation dei casi fuori standard.

Procurement e compliance

Nei processi che richiedono controlli, policy, documenti e approvazioni.

Verifica fornitori, raccolta documentale, controllo policy, preparazione di checklist, segnalazione di eccezioni.

 

Meno convincente, invece, è l’uso dell’Agentic AI dove il processo è già pienamente deterministico e ben automatizzato. Se una RPA o una procedura applicativa lineare funzionano in modo stabile, aggiungere un agente può aumentare complessità senza generare reale valore. La domanda corretta, quindi, non è se un agente sia tecnicamente possibile, ma se intervenga in un punto in cui oggi il processo perde tempo, contesto o controllo.

I guardrail per adottare agenti AI senza creare nuovo rischio

Più cresce l’autonomia, più diventa centrale la governance. Il framework NIST resta un riferimento utile proprio perché riporta ogni iniziativa di AI dentro quattro attività fondamentali:

  1. governare,
  2. mappare i rischi,
  3. misurare le prestazioni,
  4. gestire le mitigazioni nel tempo.

Applicato all’Agentic AI, significa definire il perimetro dell’agente, i permessi, le soglie di confidenza, i casi che richiedono intervento umano, i log delle decisioni e i fallback operativi e responsabilità di controllo.

Qui si gioca una parte decisiva del progetto. Secondo il Capgemini Research Institute, meno di 1 organizzazione su 5 dichiara alti livelli di data readiness e oltre l’80% non dispone ancora di un’infrastruttura AI matura. In altre parole, la conversazione sugli agenti corre spesso più veloce delle basi che dovrebbero sostenerla. Senza dati affidabili, policy chiare e sistemi integrabili, l’autonomia rischia di amplificare incoerenze invece di ridurle.

C’è poi un ultimo nodo, più organizzativo che tecnologico. Un agente utile non dipende solo da prompt migliori, richiede ownership di processo. Qualcuno deve decidere quali task abbiano davvero senso, chi valida i risultati, chi aggiorna le regole, chi osserva gli errori ricorrenti, chi interviene quando il comportamento si discosta dall’atteso. Se questa responsabilità resta indefinita, l’Agentic AI rischia di trasformarsi in un nuovo strato opaco nel mezzo del lavoro.

In sintesi, l’Agentic AI produce un cambiamento reale in azienda quando rende più leggibili e più governabili attività oggi frammentate tra sistemi, persone e passaggi intermedi. Prima di chiedersi dove inserire un agente, conviene capire dove il lavoro perde continuità, dove il contesto si disperde e dove una sequenza ben progettata di decisioni e strumenti può togliere attrito senza togliere controllo. Un progetto serio dovrebbe partire da lì, non dall’hype.